Bohemian Rhapsody: quando un film ti emoziona

Se l'intento era quello di fare un film che emozionasse toccando nel profondo lo spettatore, obiettivo centrato. Di rado, al cinema, seduti sulla poltrona di una multisala con i pop corn tra le mani, capita di avvertire un brivido partire dalle braccia e arrivare fino al cervello. Se l'intento invece era quello di raccontare fedelmente la nascita dei Queen e la complessità umana e artistica del frontman Freddy Mercury (come puoi nel tempo ristretto di un film?!), obiettivo solo parzialmente raggiunto. 

 

Bohemian Rhapsody sta esattamente a metà ed è questo il motivo del suo successo, non solo al botteghino (oltre 5 milioni l'incasso del primo weekend). La pellicola diretta dal newyorchese Bryan Singer (curioso che abbia la musica già nel suo cognome, "singer" significa "cantante"), riporta sul grande schermo una leggenda unica nel suo genere, ispirazione per le generazioni a venire, modello copiato e stracopiato ma mai riprodotto in maniera identica. Non è un documentario, è un film (o se vi piace di più, un biopic). Mescola realtà e finzione, fatti veri e romanzati, con qualche inesattezza: il processo di formazione della band - presentato come casuale - viene abbondantemente semplificato (Freddy, già attivo come cantante, conosceva gli altri già da circa un anno), le figure chiave nella sua vita privata vengono ridotte a un dualismo uomo-donna fra il manager Paul Presenter (interpretato da Allen Leech) e la compagna di vita Mary Austin (Lucy Boynton), relegando ai minuti finali il ruolo del fidanzato Jim Hutton (nel film Aaron McCusker), dipinto come cameriere in divisa a una delle tante feste orgiastiche organizzate dal cantante quando in realtà di mestiere faceva il parrucchiere. Anche i contrasti familiari, nati da un padre che non afferra la crescita del figlio e tenta anzi di indirizzarlo sulla strada della tradizione inculcandogli la massima "Buoni pensieri, buone parole, buone azioni", vengono frettolosamente risolti da un abbraccio paterno a poche ore dalla storica esibizione sul palco del Live Aid (era il 13 Luglio 1985) e da un bacio inviato attraverso le telecamere alla più comprensiva madre.

 

Verissima la passione di Freddy Mercury per i gatti, costantemente presenti nella sua vita come nella sua casa. Confermata a più riprese dagli assistenti del suo entourage, questa passione per gli animali a quattro zampe lo portava addirittura a fare telefonate intercontinentali pur di mandare loro un bacio attraverso la cornetta. Il riserbo sulla diagnosi dell'HIV: il film mostra il cantante rivelare la malattia al resto della band durante le prove per il Live Aid chiedendo ai suoi compagni la massima riservatezza. Mercury ha sempre nascosto le sue reali condizioni di salute in pubblico fino al 23 Novembre 1991 (il giorno prima della sua morte) quando poi decise di comunicarle al mondo intero. I denti: la storia degli incisivi sporgenti e dei quattro denti in più corrisponde a verità. Il cantante, a inizio film, ci scherza su invitando i futuri colleghi ad apprezzare la sua notevole estensione vocale data anche dalla particolare conformazione della bocca. Sentiva il peso di questo difetto ma rifiutava l'ipotesi di un intervento chirurgico del quale temeva ripercussioni proprio sul palato e quindi sulla voce. E infine lo scioglimento dei Queen: nel film sembra che, sotto la pressione di un contratto discografico milionario offerto a Mercury, il gruppo si sia sciolto. A onor del vero, sarebbe più giusto dire "si è preso una pausa" senza mai arrivare allo scioglimento.

 

Rami Malek, già visto in "Una notte al museo", si accomoda sul podio di chi, per professione, ha provato a emulare Farrokh Bulsara (nel campo della musica lo sforzo è stato già compiuto dall'umile e comunque bravo Adam Lambert). Fatta la premessa che interpretare un mito non è mai facile o è addirittura impossibile, l'attore losangelino classe 1981 ci mette cuore, personalità e tanto studio per avvicinarsi il più possibile a Freddy sia nei gesti che nell'espressività, il che gli dà una concreta chance nella corsa all'Oscar. La sua interpretazione, certo, funziona di più con capello corto e baffi che con chioma lunga e viso pulito. Inoltre, la protesi dentale innestata per dare forma a quel difetto così evidente pesa sulla sua figura al punto da risultare a tratti un po' ingombrante. 

 

Bohemiam Rhapsody, così strambo per i discografici e troppo lungo per le radio, usciva nel 1975 come singolo estratto dall'album A Night at the Opera. Oggi, a fine 2018, siamo qui ancora una volta a omaggiarlo. E applaudirlo, perché al cinema c'è anche un'altra cosa che capita di rado: salutare i titoli di coda di un film con il battere forte delle mani che parte dal cuore. Si esce dalla sala convinti che Freddy manchi più che mai.

 

 

«Siamo quattro emarginati male assortiti che suonano per altri emarginati.» (Freddy Mercury)