Vice, storia di un abile manovratore

George W. Bush (nel film Sam Rockwell) non era altro che una marionetta, una pedina insignificante in un tavolo da gioco più grande di lui. E forse questo già lo sapevamo.

Un presidente americano che le decisioni, anche quelle più importanti, le prendeva addentando una saporita coscia di pollo nel giardino del suo ranch (l'avreste mai detto?), interagendo a monosillabi con i suoi interlocutori e delegando a uomini più influenti ed esperti di lui. Uno su tutti? Dick Cheney (interpretato da un - per forza di cose - appesantito ma pazzesco per trasformismo Christian Bale), classe 1941, del Nebraska ma con una vita passata nel Wyoming. Chiamato da George a occupare lo scranno di vicepresidente, fa di più. Avanza una controproposta. Consapevole del valore puramente simbolico di quell'incarico, chiede al suo presidente un "diverso accordo", ovverosia le deleghe per amministrazione, esercito, energia, politica estera. In altre parole, il cuore della politica americana. E le ottiene.

E' così che l'uomo nell'ombra, efficace sottotitolo italiano al film, fa piazza pulita attorno a sè, mette in riga tutti (vicini e meno vicini a Bush) e da un angusto ufficio senza finestre arriva a possederne uno in tutti i luoghi cardine del potere, da Capitol Hill fino alla Casa Bianca. Una rete tentacolare che gli permette di condizionare tutti gli impegni presi nella Studio Ovale. Strano a dirsi per uno che ama il silenzio e non dare nell'occhio. 

 

La pellicola del regista di Filadelfia Adam McKay, con uno stile, una narrazione e un montaggio che a tratti ricordano il miglior Quentin Tarantino (memorabili e spiazzanti i titoli di coda a sessanta minuti dall'inizio del film), riportano lo spettatore ai tragici momenti dell'attentato alle Torri Gemelle. Mentre Bush si trovava tra i bambini di una scuola elementare di Sarasota, Florida (celebre la sua reazione al messaggio sussurratogli nell'orecchio dal capo dello staff presidenziale: il video è qui), Cheney prendeva il comando e guidava i primi interventi, sotto lo sguardo impietrito e incerto di ministri e collaboratori. Mentre Bush andava in televisione a dichiarare al mondo intero che l'America e i suoi alleati erano sotto attacco (rinfrescate la memoria qui), Dick, con il suo pool di avvocati e giuristi, metteva in campo la strategia che avrebbe portato milioni di cittadini americani ad abdicare ai propri dati personali in nome della sicurezza nazionale (ricordate il Patriot Act?). 

 

Sotto la lente di McKay finisce il Cheney operaio ai pali dell'elettricità (distaccato e scaltro), quello ubriacone (l'alcol da giovane lo getta in mezzo alle risse e ai fermi di polizia), stagista al Congresso (ammiratore a tutto spiano del repubblicano Donald Rumsfeld), marito (legato alla moglie Lynne, furba come lui, da un fil di ferro - nel film è Amy Adams), cardiopatico (il suo cuore è debole e i ricoveri in ospedale frequenti), padre (di due figlie che prima aiuta e poi mette l'una contro l'altra). 

 

Vice non è la storia di chi ce l'ha fatta, di chi dalla provincia è arrivato fino a Washington. Non è il racconto del sogno americano. E' il percorso di vita di una persona assetata di potere, di successo, di trionfo politico. E' l'istantanea di un uomo che sin dal primo momento ha capito come funzionano le dinamiche nelle stanze che contano ("Noi in cosa crediamo?" chiede Cheney al suo mentore Rumsfeld scatenando in quest'ultimo una risata di gusto).

 

Manca un dettaglio, non secondario. Chi è che racconta la storia di un uomo così cinico e spietato? La voce narrante è un giovanotto padre di famiglia che con Dick non c'entra apparentemente nulla. Apparentemente.

 

P.S.: noi che un orecchio al doppiaggio lo diamo sempre segnaliamo che la voce italiana di Christian Bale è Luca Biagini (una garanzia). Peccato infine non aver sentito i Killers, oltre che nel trailer qui sotto, anche nel film. La canzone è The Man, adattissima per testo e signicato alla trama.